La lettura non permette di camminare, ma permette di respirare

Pubblicato da caterinakj il 12/03/26

L’attesa tra invio e risultato di un concorso: cosa rivela davvero su di te

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Quando si parla di concorsi letterari, gli argomenti principali sono quasi sempre “come scrivere meglio”, “cosa premiano le giurie”, “come scegliere il bando giusto” e simili. Raramente si parla del dopo.

Dal momento dell’invio inizia un tempo strano, e te ne accorgi subito: controlli la mail più spesso del necessario, immagini scenari opposti, ti convinci che andrà benissimo o che sarà un disastro. A volte ti prometti che “non ti importa poi così tanto”. A volte, invece, ti importa moltissimo – e lo sai.

L’attesa tra invio e risultato non è mai neutra. È uno spazio che amplifica quello che già c’è. E imparare a leggerlo può dirti molto più di qualsiasi classifica.

Un tempo sospeso

Ognuno vive questa fase in modo unico, perché solo chi ha scritto il racconto conosce davvero quanto ci sia dietro: le notti passate a rivedere una frase, le scelte sui temi da trattare, le modalità di lavoro, le rinunce e gli entusiasmi. 

Un concorso non è mai “solo un concorso”: è la somma di emozioni, aspettative e fatica creativa che portiamo con noi anche oltre la pagina. Eppure, anche se ogni esperienza è diversa, ci sono comportamenti e reazioni che ricorrono tra molti autori

Riconoscersi in essi può aiutare a comprendere meglio ciò che accade dentro di noi in questo spazio sospeso tra invio e risultato. E tu, in che profilo ti rivedi?

1. L’ossessivo controllore

Per lui è impossibile placarsi: controlla la mail ogni dieci minuti, rilegge il bando e i file inviati, cerca conferme ovunque (anche nei fondi del caffè). Ogni piccola notifica lo fa sobbalzare, ogni dettaglio diventa motivo di autoanalisi. L’ansia si mescola all’eccitazione e, tra un caffè e l’altro, si ritrova a chiedersi se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso.

2. Il distaccato (apparente)

Chi ci pensa più al concorso? Ormai è fatta. Finge di non pensarci, continua le proprie giornate come se nulla fosse cambiato. In realtà, osserva tutto da lontano: rilegge mentalmente le frasi inviate, valuta possibili reazioni della giuria, immagina scenari di vittoria o rifiuto. La sua indifferenza però è solo una maschera: sotto, il cervello continua a lavorare silenziosamente, tracciando ipotesi e calcoli su ciò che potrebbe accadere. 

3. L’iper-immaginatore

Non importa quale sarà il risultato: nella sua mente tutte le varianti saranno già accadute almeno una volta. Costruisce interi film mentali di vittoria o di rifiuto, anticipando scenari e reazioni della giuria, inventando dialoghi e applausi, immaginando sorrisi o delusioni. Ogni ora di attesa diventa un piccolo set cinematografico, dove lui è regista, sceneggiatore e spettatore allo stesso tempo. Per lui, il tempo sospeso non è vuoto: è un laboratorio di possibilità, un modo per confrontarsi con ciò che teme e desidera allo stesso tempo.

4. L’autocritico impaziente

Ogni frase del racconto rimbalza nella sua mente e continua a giudicare se stesso più severamente di quanto farebbe chiunque altro. Si confronta con altri autori, con i vincitori degli anni precedenti, con il suo stesso ideale di scrittura. È frustrante, eppure c’è un lato positivo: ogni dubbio diventa spunto per migliorare. Alla fine, anche se vorrebbe solo scomparire dalla rete per un po’, sa che questa autocritica è parte della sua crescita.

5. Il contemplativo creativo

Accoglie l’attesa come un tempo prezioso, uno spazio dove le idee si moltiplicano. Appunti sparsi, schizzi di nuovi racconti, note su personaggi mai nati: tutto prende vita mentre il racconto inviato resta sospeso altrove. L’ansia non sparisce del tutto, ma viene trasformata in energia produttiva. Sorride tra sé e sé quando scopre che, anche nell’attesa, è riuscito a creare qualcosa di nuovo, a coltivare il suo lato creativo.

Cosa puoi fare concretamente nell’attesa?

Indipendentemente dal profilo in cui ti riconosci di più, c’è un punto comune a tutti: l’attesa è un tempo prezioso, anche se a volte sembra infinito. Non è necessario trasformarlo in ansia, né forzarsi a produrre continuamente. Può diventare invece uno spazio da usare con intelligenza, scegliendo cosa fa bene a te in quel momento. 

Per qualcuno significa scrivere ancora, esplorare nuove storie o prendere appunti per progetti futuri; per altri, concedersi pause e dedicarsi ad attività che normalmente rimanderebbero, come leggere senza scadenze, guardare film o semplicemente passeggiare.

Un altro approccio utile è quello di usare il tempo per riflettere sul proprio percorso creativo: rivedere vecchi racconti, annotare idee che erano rimaste in sospeso, o persino valutare se partecipare a un altro concorso. Questo non solo mantiene la mente attiva, ma trasforma l’attesa in un’occasione concreta di crescita e di lavoro su sé stessi, senza far pesare il risultato già inviato. 

Anche chi tende a controllare ossessivamente o a immaginare mille scenari può trarre beneficio dal creare piccoli rituali, come segnare obiettivi giornalieri leggeri, stabilire momenti per staccare o confrontarsi con altri autori.

E quando arriva il risultato?

Anche se sembra lontanissimo, arriverà anche per te il giorno in cui finalmente potrai leggere l’esito del concorso. Che sia un “sì” o un “no”, quel momento racchiude settimane di riflessioni, emozioni e previsioni più o meno catastrofiche. 

Una cosa è certa: per alcuni sarà una conferma del lavoro fatto, per altri una delusione improvvisa. 

Sarà normale sentire un mix di gioia, sollievo, ansia o frustrazione: dopo tutto, quel racconto rappresenta parte di te e del tuo impegno creativo.

A prescindere dal risultato, rileggi il tuo racconto con occhi nuovi, valuta cosa hai imparato dall’esperienza e, se vuoi, annota idee per nuovi progetti. Anche un risultato negativo può diventare uno spunto prezioso: ti permetterà di osservare il tuo percorso con distacco e capire come crescere per la prossima sfida.

In conclusione 

L’attesa può essere vissuta in modi diversi, ma tutti portano a un’unica verità: non è mai tempo perso. 

Che tu sia un iper-immaginatore, un autocritico impaziente o un contemplativo creativo, questo spazio sospeso può diventare un laboratorio personale: un luogo dove allenare pazienza, consapevolezza e curiosità, senza la pressione del giudizio.

Non c’è niente che tu debba temere: qualunque sia il risultato o il modo in cui gestirai l’attesa, tutto può trasformarsi in carburante per il tuo prossimo racconto!

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