Scrivere così, senza un obiettivo preciso, solo perché va o perché ci si sente ispirati, permette di soffermarsi su ciò che cattura di più l’attenzione, come se l’andamento della storia non dipendesse del tutto da noi.
All’apparenza, il suo opposto è la scrittura su scadenza: quella che – senza cattive intenzioni – impone limiti e regole ben precise. Un tema, una lunghezza, e soprattutto la certezza che il testo verrà letto e analizzato da una giuria. È ciò che accade quando si scrive un racconto per un concorso letterario.
Eppure, queste due modalità sono davvero da considerarsi poli opposti?
Forse non è una questione di qualità, ma di contesto.
Scrivere “per sé” e “per qualcuno”: la differenza di partenza
Spazio libero, tempi elastici, nessuna spiegazione dovuta. Questa appare come una modalità di scrittura più libera, più autentica, che segue l’andamento di chi scrive.
Eppure, non per tutti funziona allo stesso modo. Ci sono autori che, senza un interlocutore implicito come un concorso letterario, faticano a ritagliarsi tempo per scrivere, sommersi dagli impegni quotidiani. Altri finiscono per non prendere sul serio il proprio lavoro, rimandando l’inizio o la conclusione di un testo con il pensiero: “Tanto non lo deve leggere nessuno”.
Una scrittura orientata all’invio, più determinata, può apparire meno naturale del flusso ispirato della scrittura per sé. Questo non significa tradire se stessi o la propria penna: si tratta di cambiare situazione comunicativa.
La scrittura evolve da personale a pensata per un concorso non perché una sostituisca l’altra, ma perché entrano in gioco in momenti diversi.
La prima cosa che cambia: la domanda che fai al testo
Quando scrivi per te, la domanda è: “Cosa voglio dire?”.
Quando scrivi per un concorso, diventa: “Questa cosa arriva?”.
Non fraintendiamoci: scrivere per piacere significa anche scrivere per capirsi. Ma quando un testo è pensato per essere letto da qualcun altro, entra in gioco anche la necessità di farsi capire.
Se nella scrittura personale puoi permetterti di guardare soprattutto dentro di te, il concorso ti costringe a guardare te stesso e il testo da fuori, anche solo un po’.
Il concorso funziona come uno specchio: non dice se sei “bravo” o “scarso”, ma mostra aspetti della tua scrittura che, senza uno sguardo esterno, rischierebbero di restare invisibili.
Forma, tempo ed editing: quando il concorso ti costringe a scegliere
Tema, battute, genere e scadenza non sono gabbie, ma cornici entro cui il testo è chiamato a reggere. Scrivere per sé può ignorarle; un concorso no.
Misurarsi con questi limiti costringe a fare scelte: cosa lasciare fuori, cosa tenere, cosa funziona davvero e cosa invece vive solo nel tuo rapporto personale con il testo.
Sul tempo non ci sono scuse. Eppure, una scadenza non ha il potere magico di rendere i testi migliori, ma ha quello di renderli terminati, almeno per quell’occasione. Ed è già un traguardo importante per qualsiasi testo, inviato o no, che sia premiato o meno.
Insieme al tempo, il giudizio può diventare un alleato prezioso per imparare a lavorare su un testo fino in fondo e, infine, metterci un punto.
Specie nel contesto dei concorsi letterari, l’editing diventa centrale: non per “rendere il testo furbo”, ma per eliminare zone opache, sbavature e passaggi comprensibili solo a chi scrive. In altre parole, significa aiutare il testo a dire davvero quello che sta già tentando di dire.
Nonostante ciò, forzare un racconto dentro una cornice che non gli appartiene è uno degli errori più comuni quando si partecipano molti concorsi in sequenza.
Adattare non significa piegare. Se un testo perde senso per rientrare in un bando, forse non è il testo a dover cambiare, ma il concorso a non essere quello giusto.
Cosa NON dovrebbe cambiare (e se cambia, è un problema)
È vero: tra un testo scritto per sé e uno pensato per un concorso molte variabili pesano in modo diverso. Il contesto cambia, e con esso cambiano le scelte, i tempi, le priorità.
Eppure, non tutto dovrebbe essere messo in discussione. Ci sono elementi che, se sacrificati, non segnalano adattamento ma perdita di direzione.
Non dovrebbero cambiare:
- La tua voce, il modo in cui la tua scrittura suona e si muove sulla pagina
- I temi che ti interessano davvero, quelli che tornano anche quando non c’è un bando di mezzo
- Il rapporto che hai con il testo, che non dovrebbe mai diventare puramente strumentale
- Il riconoscimento di te stesso in ciò che scrivi: se non ti ci ritrovi più, qualcosa si è perso per strada
Se per partecipare a un concorso ti accorgi di aver sacrificato questi elementi, forse il problema non è il testo. Forse è quel concorso a non fare per te, in questo momento.
In conclusione
Scrivere per sé ti insegna ad ascoltarti.
Scrivere per un concorso ti insegna a comunicare.
Le due cose non sono in conflitto: si allenano a vicenda, a patto di non inseguire i bandi a tutti i costi.
Per questo, trovare il concorso giusto conta quanto scrivere il racconto.
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