La lettura non permette di camminare, ma permette di respirare

Vincitori concorso dei mini-racconti 2021

Venerdì 26 Febbraio abbiamo proclamato in diretta i vincitori del concorso dei mini racconti 2021. Eccola:

 

Il premio in palio era il Master online di scrittura creativa. Lo abbiamo presentato in diretta il 23 Febbraio. Ecco la presentazione:

 

I vincitori del concorso dei mini racconti 2021

2° e 3° posto – pari merito
Francesca Renda – Silenzio per Natura

Motivazione:
Francesca ci prende per mano e ci porta nel mondo sconosciuto di chi conosce solo il suono del silenzio. Scopriamo così, con grande meraviglia, come noi udenti, immersi nel frastuono della vita, siamo sordi, incapaci di sentire la musica delle cose più semplici e la voce di chi vive nel silenzio.

Il racconto:

Guardo fuori dal finestrino. C’è quel buio che si può vedere solo guardando fuori dal finestrino di un aereo che sta attraversando l’oceano, a tredicimila metri d’altezza. E’ un buio totale, assoluto, disturbato solo dalle flebili luci ad intermittenza dell’aereo che ci sta passando in mezzo. Penso ai piloti, a quello che vedono di fronte a loro, all’immensa distesa di buio e di silenzio.
Mi giro e la guardo. E’ intenta a seguire il film che stanno trasmettendo e che io ho già visto. Le hostess sono appena passate a chiederci se desideriamo qualcosa. Vorrei raccontarle quello che sto pensando.
Se fosse possibile stare là, fuori da questo aereo, sospesi nel vuoto, esattamente in questo momento, a questa altezza, si riuscirebbe a sentire qualcosa che assomiglia al mio silenzio. Ne sono sicuro. Lei potrebbe capire ciò che, invece, non capirà mai perché non potrà mai non sentire quello che non sento io.
Appartengo a quella parte del mondo in cui il silenzio è l’unico padrone, totale, assoluto, in cui non ci sono suoni né rumori, non ci sono parole e non ci sono i toni che accompagnano le parole, non ci sono melodie, né urla o sussurri, non ci sono scoppi, non c’è il rumore del vento né della pioggia che cade o del fuoco che scoppietta, non c’è il rumore della televisione accesa, delle pagine di un libro che vengono girate, delle campane o del bicchiere che cade per terra e si rompe, non c’è il suono del battito del cuore né quello del respiro.
Appartengo a quella parte del mondo in cui anche chi chiede silenzio non può essere ascoltato perché tutto è già silenzio.
Sono sordo, ma ci sento. Per questo conosco il mio silenzio ed anche il vostro, quello che voi chiamate silenzio.
Quando avevo poco più di un anno mio padre e mia madre hanno deciso di farmi avere quello che Dio, avrà avuto le sue ragioni, non ha voluto che avessi per natura. Mi hanno messo nelle mani di uno dei migliori chirurghi del mondo che mi ha reso come gli altri a partire da un piccolo varco qui, proprio dietro l’orecchio destro, dove ora c’è una cicatrice, tatuaggio che evoca il silenzio da cui provengo. La calamita che porto attaccata alla testa, segno tangibile della mia innata sordità, è il ponte tra il mio silenzio ed il vostro rumore che lentamente ho imparato ad ascoltare.
Ancora oggi, qualche volta, mio padre mi chiama per nome, poi indica con il dito il suo orecchio e mi dice “Ascolta” così come faceva quando ero piccolo. E poi parla, cercando quell’attenzione che infinite volte gli ho rivolto. E’ un’abitudine, sia la sua che la mia, testimonianza dei miei anni trascorsi a conoscere un mondo in cui ci sono suoni, rumori e voci, ci sono la musica ed il ticchettio dell’orologio, il rumore dei tacchi che battono sul pavimento, quello dei tuoni, delle onde del mare e delle foglie che si muovono sugli alberi, c’è il ronzio di una zanzara nelle notti d’estate, ci sono il vociare della gente in spiaggia, l’abbaiare di un cane, il battere delle mani, il rumore del traffico, quello del treno che passa sulle rotaie e dell’aereo mentre è in volo.
Guardo ancora per un attimo fuori dal finestrino e poi torno a guardare lei, mia madre. Penso a quanto deve essere stato doloroso e faticoso scoprire e poi comprendere ciò che per me è naturale. Poggio la testa sulla sua spalla. Lei si gira verso di me, poi riprende a vedere il film. Stacco la calamita, come quando da piccolo staccavo la calamita e correvo da lei, la raggiungevo e le chiedevo di tenermi in braccio. Mi addormentavo così, cullato dal movimento del suo respiro, in silenzio, il mio, serenamente.

2° e 3° posto – pari merito
Nicoletta Delellis – Dante e Beatrice

Motivazione:

Per la delicatezza con cui Nicoletta è riuscita a trattare un tema come il lutto perinatale, di cui si parla sempre troppo poco. Per una descrizione del dolore non banale e visuale, che permette al lettore di entrare subito in empatia con la voce narrante. Per l’amore che ha saputo trasmettere attraverso le sue parole semplici ma efficaci.

Racconto:

Di casa mi mancavano le stelle, vederle occupare il cielo, timide e spavalde al contempo. Tornare a casa significava poterle ammirare, riuscendo a completare il puzzle della natura. Non avevo mai provato a contarle, così come non contavo le pecore, da bambina, prima di addormentarmi; mi bastava scrutarle, le stelle, cercando di trovarne qualcuna che potesse distinguersi dalle altre, per non perdermi in quell’immensità così perfetta e regolare. Poi mi mancava il silenzio di casa, un silenzio che parlava più dei mille rumori della città, delle sirene delle ambulanze, dei rombi delle moto; un silenzio che ti scuoteva dentro, quasi stesse chiedendo a te di dir qualcosa, di far qualcosa. E mi mancava la leggera brezza che mi accarezzava quando la sera mi sedevo sul tondo masso di pietra dietro casa mia, le fronde degli alberi imponenti dietro di me, quasi a proteggermi. Quello era il luogo di cui avevo più paura, perché mi parlava attraverso una natura incontaminata e superba, che riusciva a dominare su di me, a farmi sentire piccola e nuda al suo cospetto. E quella nudità mi graffiava l’anima, quasi volesse strapparla dal mio petto, quasi volesse scavare dentro di me per capire se ci fosse qualcosa di vero, qualcosa di puro.

Ma quella sera non c’era nessuna stella ad illuminare il cielo, non una brezza a cullarmi; quella sera la natura sembrava essersi fatta da parte, sembrava aver smesso di comunicarmi che c’era per lasciare spazio ad un’eco straziante: la tua eco. Non c’eri più eppure la natura si divertiva a beffarmi sostituendo ai suoi usuali suoni quelli tuoi, quelli che avresti potuto, che avresti dovuto regalarmi e che aspettavo da mesi, il ventre gonfio di te, il cuore pieno di te. Quella sera la mia anima era assente, forse rannicchiata in un remoto angolino dentro di me e la cercavo con insistenza, per potermici aggrappare; volevo aggrapparmi a qualcosa, ne avevo bisogno. Tuo padre mi aveva offerto la sua mano, il suo braccio, la sua spalla, mi aveva offerto il suo cuore ferito a cui potermi unire in un dolore che sembrava non avere sosta; ma il mio batteva così lento oramai che tutto mi sembrava vano.

Era bastata solo una settimana a permettere che il tuo minuscolo cuoricino si fermasse e mi sembrava davvero che il mio non pompasse più sangue al cervello; il mio battito era sordo, e quando mi capitava di sentirlo mi irritava e mi innervosiva perché non era il tuo, ma il mio. E quando vedevo un altro bambino per strada, la testa coperta da un cappello di lana e il sorriso di chi si è appena affacciato alla vita, mi innervosivo; e quando vedevo un uomo porre la sua mano sulla pancia della moglie, il tocco delicato, gli sguardi pieni di gioia, mi innervosivo. Persino la mia immagine mi irritava, voltarmi in basso e non riuscire a vedere i miei piedi; a casa avevo messo un grosso telo su tutti gli specchi che inquadravano più di mezzobusto ma anche solo vederli mi faceva pensare a te che non c’eri più.

Era un freddo e umido venerdì quando riuscii a togliermi la maglietta e a guardarmi allo specchio, ma ciò che vedevano i miei occhi era solo il mio ventre, involucro della morte, il mio ventre che ti aveva avvinghiato fino a soffocarti. Perché avevi deciso di venire ad abitare dentro di me? Perché non un’altra donna, magari più forte, magari qualcuna che sarebbe riuscita a darti alla luce e a permetterti di esistere. Il mio senso di colpa mi asfissiava più del dolore di averti perso; mi sentivo in colpa verso di te poiché ti avevo impedito di nascere, avevo stroncato la tua vita ancor prima che cominciasse. Le mie emozioni le sfogavo sulle tutine blu che ti avevo comprato, sulle camicine della fortuna che mi avevano regalato le amiche, sulle bavette a uncinetto preparate dalla nonna con tanto amore; strappavo ogni lembo di stoffa, ma anche quei vestiti malridotti sembravano emettere dei suoni, come se dappertutto rimbombasse il senso di vuoto che c’era in me.

Ed eccomi ora, di nuovo seduta su quel masso di pietra, a stringere un minuscolo fagotto tra le braccia. Te ne sei andato via ma non se n’è andata via la speranza in me e adesso ecco qui una splendida creatura che ride e piange. Posso chiamarla ‘tua sorella’? Ha le gote rosse, gli occhi grandi che scrutano ovunque curiosi e tanti capelli sulla sua dolce testolina di appena nove giorni. Mentre la stringo a me ti penso, un po’ triste perché vorrei che fossi anche tu qui, ma felice, perché finalmente ho potuto ammirare il miracolo della vita.

L’abbiamo chiamata Beatrice, perché il nome che avevamo pensato per te era Dante; lo so, è buffo e forse anche un po’ ridicolo, ma mi piace pensare che tu sia da qualche parte a guardarla, irraggiungibile ma immensamente vicino. A volte mi capita di svegliarmi per le grida del suo pianto e di pensare che sia tu, poi la vedo e dico a me stessa che la vita mi ha fatto un grande dono e che non ha senso essere triste pensando che quel dono potresti essere tu; ho un figlio e questo è ciò che di più bello mi sia mai capitato nei miei splendidi 30 anni. Quello che non so è se riuscirò mai a dimenticarmi di te, i calci insistenti delle sei del pomeriggio, le nausee mattutine dei primi mesi, che Beatrice mi ha gentilmente risparmiato; ma quello che so è che più passano i giorni, più il tuo è un ricordo felice.

Guardo ancora le stelle e stavolta ce n’è una che brilla più luminosa, che vuol farsi notare: non è la stella polare! Quella stella sei tu, perché so che, da qualche parte, esisti ancora.

 

1° posto
Sofia Pergher – Sconosciuti sotto un tetto

Motivazione:
Cinque vite, cinque storie lontane e parallele che condividono lo stesso tetto perché facenti parte della stessa famiglia. Ma non c’è uno sguardo, un’attenzione, una parola, un ascolto dell’animo dell’altro. C’è solo una luce, bianca, solitaria, che è quella della luna. Sarà solo lei a risvegliare gli animi e a illuminare quello che, in fondo, è ancora amore.

 

Racconto:

Cinque persone, un tavolo da pranzo, nessuna parola. Gli sguardi bassi puntati sul piatto o persi in giro per casa. Occhi vuoti che nascondono mille frasi non dette. Il silenzio rotto solo dal costante ronzio del frigorifero. Tutti mangiano di fretta per finire la cena il prima possibile. Una dopo l’altra sbattono le porte delle camere. Nel silenzio rimane solo quel maledetto ronzio del frigo.

Sbam! Nella prima stanza entra un ragazzo. Indossa una larga t-shirt e dei pantaloni da tuta. Un lungo ciuffo castano, come i suoi occhi, gli copre la fronte. Mentre si butta a peso morto sul letto con la mano cerca di spostare i capelli da un lato. Prende le cuffie dal comodino in legno, le collega al laptop che brilla argentato e inizia a lavorare alla produzione di un nuovo brano. Le ore passano inarrestabili, intanto lui rimane immerso in un mondo fatto di note e suoni. Fuori si fa sempre più buio e la stanchezza si fa strada tra la passione. Spegne il computer e piano si addormenta con la consapevolezza che nessuno della sua famiglia sa del suo grande amore per la musica.

Una ragazza sale veloce le scale, salta alcuni gradini per guadagnare tempo e corre in camera. Bam! Chiude forte la porta, due giri di chiave. Senza forze striscia lungo la parete e si siede lì. Protetta, al sicuro nel suo mondo, può finalmente respirare. I capelli lasciati sciolti accarezzano le sue guance rosate, il suo corpo è segnato dalla stanchezza. I gomiti puntati sulle gambe incrociate, le mani che scorrono fino alla fronte, la schiena e le spalle incurvate che sembrano portare un peso. Con i palmi si copre gli occhi come se non volesse vedere la realtà. Le mani si uniscono, s’intrecciano in segno di preghiera in un Dio in cui non crede. Fra pensieri e dolore cala la notte e lei si addormenta, accasciata sul pavimento in rovere.

Una donna entra nella camera matrimoniale, cerca di essere positiva e sorridere ma non riesce a fingere. Il marito mogio e svogliato sale uno scalino alla volta. Le sue ciabatte sbattono ad ogni passo sulle piastrelle creando un ritmo lento e noioso. Entrato nella stanza abbassa la maniglia e accompagna la porta a chiudersi. Sdraiati sul letto l’uomo assonnato legge un libro e la donna gioca al tablet cercando di estraniarsi dalla realtà. Entrambi vorrebbero parlare, dire una parola qualsiasi. Pensano a come iniziare la conversazione; lei vorrebbe dirgli che non si sente abbastanza amata, voluta; lui vorrebbe essere più apprezzato, apprezzato per quello che è. Aspettando il coraggio di liberare la voce si accendono le stelle.

Un altro ragazzo, più grande, si rifugia in camera; l’ultima. Quattro porte sbarrano strade, dividono mondi, separano persone. Cammina avanti e indietro agitato, ansioso, sopraffatto da emozioni gigantesche, incontrollabili. Avanti e indietro, avanti e indietro e quelle quattro mura sono una prigione, sono troppo strette, sono pareti che schiacciano. Prende dalla libreria un album di foto, si raccoglie i mossi capelli in uno chignon disordinato e con occhi lucidi osserva e ripensa ai momenti belli immortalati in uno scatto. Rivede le feste di compleanno, i pranzi gioiosi e divertenti in famiglia… che cosa è successo? Come sono arrivati a questo punto? Scende una lacrima di nostalgia che va a bagnare le sue labbra sottili. Prende velocemente la macchina fotografica, se la mette al collo ed esce frettoloso dalla stanza, dalla gabbia. Nella buia notte rincorre le stelle, scatta foto per fissare la loro lucentezza. Poi stanco si sdraia su un freddo manto d’erba che nell’ombra è un tappeto nero. Sta lì, con lo sguardo rivolto verso l’alto, perso in migliaia di puntini che sembrano schizzi di tempera su una tela scura. Si stringe a sé la giacca, sente i suoi leggeri respiri. La luna gli tiene compagnia e nell’universo infinito lui è piccolo e si sente solo.

Con il computer ancora accanto a lui e le cuffie tutte aggrovigliate nel letto, il ragazzo si sveglia di soprassalto. Guarda sul comodino, la sveglia segna le una. Dalla finestra entra una luce pallida di una luna rotonda ed enorme che guarda tutti dall’alto e che si vanta della sua bellezza. Lui segue quel sentiero illuminato e si avvicina alla finestra, osserva le stelle brillare un po’ oscurate dalla luna che attira gli occhi a sé. Sembra quasi una gara fra chi luccica di più, fra chi riesce a collezionare più sguardi. Dentro a una stanza, dietro ad un vetro, la sua mente vola.

Che ore sono? Dov’è? Perché non è a dormire nel suo letto? Confusa e con le ossa doloranti si alza tentennando. Il caldo la soffoca, l’aria si è fatta difficile da respirare. Facendosi spazio tra l’ammasso di cose apre la porta finestra. Nel rinfrescare la stanza nota un bagliore insolito, intenso. La luna scende in terra per abbracciarla e confortarla. La giovane ragazza inizia un lungo racconto forse ascoltato anche da qualcuno all’altro capo del mondo.

Un sogno, un incubo; il marito rigirandosi nel letto sveglia la moglie, anche lei agitata nel sonno. Si mettono sul fianco, uno davanti all’altro. La pelle dei loro visi risplende di luce dorata che proviene da fuori. L’uomo con fare dolce sposta dietro l’orecchio della moglie una ciocca ribelle di capelli. Vorrebbe sussurrarle: “Sei bella come la luna in cielo stanotte”. Ma è un amore troppo profondo per essere espresso in parole, un amore difficile da definire. Con gli sguardi rivolti verso una stella lontana si riaddormentano. La stella ascolta i loro pensieri, vorrebbe parlare con loro. Il suo grido rimane silenzioso mentre brilla sempre meno.

Lui è ancora perso nell’universo, sdraiato sull’erba fine. Nella macchina fotografica ci sono impressi scatti fenomenali, nati per essere condivisi, ma con chi? Il suo scappare dalla gabbia di quattro mura non serve, anche il mondo intero può essere una gabbia. Immagina di volare via e come un razzo atterrare su una terra nuova, pronta per essere scoperta. Sogna di poter vivere su una stella in compagnia di qualcuno, qualcuno che vorrebbe lì accanto a lui. Desidera sentirsi parte di una famiglia… non sa che sono cinque sconosciuti che guardano lo stesso cielo stellato.

Cinque persone, un tavolo da pranzo, nessuna parola. Gli sguardi bassi puntati sul piatto o persi in giro per casa. Occhi profondi che specchiano ancora il riflesso del cielo, che nascondono parole e pensieri raccontati solo alla luna. Il silenzio rotto solo dal costante ronzio del frigorifero. Poi una domanda: “Dove sei stato ieri sera?”; la risposta dopo pochi secondi: “A vedere la luna”. Gli sguardi si alzano. Gli occhi di tutti, ancora scintillanti dalla scorsa notte, s’incrociano.

Complimenti anche a:

Alessandro Pelicioli – Per mano
Giorgia Barbarulo – Colui che mi salvò la vita
Lucia Bossi – Mio fratello, semplicemente
Patrizia Birtolo – Marta da legare