La lettura non permette di camminare, ma permette di respirare

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Perché si scrive?

Perché scriviamo? L’ho chiesto nel gruppo di auto-aiuto per scrittori che abbiamo creato su Facebook. Ho collezionati sette motivi diversi.

Potresti ritrovarti in ognuno dei punti, oppure solo in uno, o ancora avere una motivazione tutta tua, una “ragione di vita”. Ma se non ti riconosci in nessuno di essi, allora questa dovrebbe essere una prima campanella di allarme. 

Se non sei abbastanza motivato, allora possiamo dircelo chiaramente: smettila di mentire a te stesso. 

La vita è troppo breve per provare a raggiungere obiettivi che non siamo interessati a portare a termine. 

 

Le dieci motivazioni per le quali scrivi

1 – Per guarire te stesso

Per molti scrivere è una sorta di terapia. Scrivere può essere catartico, può aiutare a vincere le paure, a sentirsi liberi, al proprio posto. In poche parole, per molti autori o aspiranti tali scrivere fa bene alla salute.

 

2 – Per lasciare un’eredità

Man mano che cresciamo, nasce in noi la voglia di lasciare la nostra impronta nel mondo, alle generazioni future o ai nostri cari. Scrivere diventa un modo per mettere su carta la nostra “eredità”. 

 

3 – Perché hai un messaggio da condividere

Certo, tutti abbiamo qualcosa da dire; ma per alcuni di noi c’è una specie di urgenza che non riusciamo ad ignorare. Forse perché ciò che ci è accaduto ci ha dato una lezione talmente grande che non riusciamo a tenerla solo per noi, e vorremmo consegnarla a quante più persone possibili.

 

4 – Per conoscere te stesso

La scrittura può essere usata per esplorare il mondo, ma soprattutto il nostro mondo interiore. Scrivendo di noi stessi, capiamo meglio il perché certe cose sono avvenute proprio in quel modo e, magari, possiamo fantasticare su cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente. 

 

5 – Per esprimere la tua personalità

Molte persone riescono a spiegare ciò che sono solo attraverso la scrittura. Forse perché sono timidi o perché solo così riescono a spiegarsi veramente. 

 

6 – Per evadere dalla realtà

Se la realtà che ti circonda ti fa sentire annoiato o ti opprime, sembra strano dirlo ma scrivere è un ottimo modo per divertirsi. Allo stesso modo con cui qualcuno si diverte guardando un film o giocando con un videogioco. Chi scrive può esplorare lo spazio, può conversare con elfi e gnomi, può cambiare le sorti di una battaglia.

 

7 – Per soldi o successo

Solo una persona ha risposto al mio sondaggio nominando i soldi o il successo, e credo anche che scherzasse. Il fatto che nessuno parli mai di questi due obiettivi che, voglio ricordarlo, sono gli unici che ti permettono di far diventare la scrittura un lavoro, la dice lunga su come viviamo il magico mondo della scrittura: un mondo molto lontano da quello professionale. Nel bene e nel male.

 

E tu:

  • → Per chi scrivi?
  • → Che tipo di guadagno vorresti ricavare?
  • → Scrivere sarà per te un hobby o la tua carriera?
  • → Cosa significa per te scrivere e perché la storia che vuoi raccontare è importante?

3 Commenti a Perché si scrive?

  1. GioLau

    Perché scrivo? Io mi sono riconosciuta in due categorie: per lasciare un’eredità e per esprimere la mia personalità. Penso che in un certo senso queste sue risposte si possano fondere in: scrivere è l’unico mezzo di comunicazione che ho con il mondo in cui riesco a far venire fuori la vera me, se voglio lasciare agli altri qualcosa non ha senso farlo come un’estranea. E infine aggiungerei che scrivo perché semplicemente mi rende felice.

  2. Elena Brescacin

    Provo a rispondere alle domande di fine articolo:
    Per chi scrivo?
    Per chiunque voglia farsi del male … oops, per chiunque voglia leggere; la scrittura è, di fatto, comunicazione. Soprattutto con internet, soprattutto in questi tempi di emergenza sanitaria dove la scrittura abbatte le distanze fisiche più di qualsiasi altro mezzo; perché quando scrivi, rispetto a quando parli, puoi fermarti a pensare prima di premere “invia” o di caricare i tuoi contenuti su qual si voglia piattaforma o sito web. Anche se troppe persone non sono (più) abituate a farlo, scrivere può potenzialmente aiutare a tenere a bada la propria impulsività caratteriale. Per cui, che io scriva i miei pseudoracconti o un commento/post su una piattaforma di rete sociale, cerco sempre di attenermi a una semplice regola: Non sei un neurochirurgo, per cui anche se mandi fuori il tuo contenuto un’ora, un giorno, una settimana dopo … non succede niente.

    Quale guadagno dalla scrittura?
    Non penso affatto ai guadagni, non per ora; perché ogni volta che l’essere umano si mette in gioco su qualcosa, il suo dovere è prima di tutto investire: in tempo, in pazienza, in volontà di imparare e se serve anche in soldi ma prima di ricevere qualcosa bisogna compiere un percorso più o meno complesso che ti porrà di fronte alle tue capacità di dare. In senso metaforico o meno, prima di illudersi di guadagnare qualcosa bisogna fare la gavetta e anche prendere le mazzate. Non andarsele a cercare, questo è sicuro ma purtroppo non sempre si possono evitare e tante volte piaccia o no, fanno male ma fanno crescere.

    Scrittura come hobby o carriera?
    Hobby. Certo, la scrittura come hobby è iniziata perché tendenzialmente utilizzo lo scrivere nel lavoro: comunicare, tradurre, spiegare, scrivere tutorial… Ma ad un certo punto arriva il momento in cui ti stanchi di scrivere solo nel contesto del tuo lavoro e allora cerchi in qualche modo di “evadere”. Però è importantissimo stare sempre coi piedi per terra perché pochi sono quelli che riescono a raggiungere il successo del best seller, e prima di arrivarci è opportuno prendersi meno sul serio e cercare di divertirsi. Poi, i riscontri, potrebbero arrivare col tempo; e se non arrivano? PAZIENZA. Ma non deve mai mancare la volontà di sedersi al tavolo, qualsiasi strumento si usi per scrivere, consapevoli di far qualcosa di piacevole innanzitutto per noi.

    Cosa significa scrivere e perché la mia storia è importante?

    Come già spiegato, scrivere è comunicazione; il mio lavoro di inclusive designer è fondato soprattutto sulla scrittura perché, non avendo la vista, devo necessariamente aiutare gli altri a migliorare il proprio modo di rivolgersi al prossimo, perché troppe volte le persone vedenti preferiscono comunicare attraverso meno testo e più immagine, dimenticandosi che la maniera di esprimersi per l’essere umano non è, e non deve essere, fatta solo di disegnino, che ci si veda o no. Occorre compiere un esercizio mentale per molti complesso, che consiste nel ridimensionare il proprio punto di vista. Il fatto che possa essere quello più diffuso, o socialmente accettato, non significa che il proprio modo di essere, di agire, i propri valori, siano quelli assoluti ed universali; mettersi in discussione consente di essere più tolleranti verso il mondo che ci circonda, ponendosi domande e agendo di conseguenza.
    I racconti che scrivo, servono proprio a questo: per varie ragioni ho dovuto avere a che fare con la discriminazione. Quella subita da chi ha una disabilità fisica o sensoriale, e quella verso le persone con HIV; ho avuto modo di conoscere varie storie su libri, film, o serie tv in cui il punto di vista cambia: l’essere umano ordinario si trova a vivere una situazione in cui lui è la minoranza. A partire dalla sirenetta, dove la storia viene raccontata dal punto di vista del mondo acquatico e l’uomo “comune” viene percepito come un nemico da allontanare, per cui la ragazza che si innamora di uno di loro deve subire numerose disavventure e finire tragicamente nella versione andersen, con un lieto fine nella versione disney … per me un po’ forzato comunque, visto il contesto storico in cui è stata scrutta.
    Poi altre opere in cui l’essere umano senza particolari caratteristiche si trova a vivere in un ambiente in cui lui è la minoranza; l’ultima degna di nota è See, serie presente su Apple Tv Plus, dove il vedente si ritrova in un luogo popolato da persone che non vedono, ma prima ancora “il paese dei ciechi”, di H. G. Wells (1904).
    Non tenendoci a fare l’ennesima storia sui ciechi, ho voluto quindi portare il mio lavoro su un piano diverso: combattere lo stigma sull’HIV creando un mondo dove la condizione ordinaria sia il test HIV positivo, mentre quello negativo è una condizione socialmente e moralmente inaccettabile pertanto chi ha il segno meno, è costretto a nasconderlo e mentire sullo stesso, per evitare di essere discriminato e umiliato in ogni modo (stessa cosa che accade nel mondo ordinario, spesso e volentieri, nei confronti delle persone HIV positive) dove ancora nel 2020 nonostante i progressi scientifici e le terapie che possono ridurre e persino evitare la trasmissione del virus, nonché la conoscenza risaputa sulle modalità di trasmissione, c’è ancora gente che si allontana se scopre che un collega, un familiare, un amico o il partner… è positivo. E lo reputa un “diritto”, quando la discriminazione diritto non è mai.
    Tanti sono i libri scritti da persone HIV negative che cercano di immedesimarsi nel punto di vista del positivo, raccontando le sensazioni del “malato” discriminato dal “sano”, ma da persona HIV negativa trovo comunque difficile empatizzare con una condizione che non vivo, anche se il mio ex fidanzato ha l’HIV e le condizioni della discriminazione seppur indirettamente le ho vissute anch’io e so cosa significano.
    Invece, nella storia dei PlusBrothers dove è la persona negativa a subire la discriminazione, spero in qualche modo che qualsiasi lettore negativo si fermi a riflettere su questo cambio del punto di vista, perché in qualsiasi momento qualsiasi persona potrebbe trovarsi ad essere ritenuta una “minoranza” da escludere e nessuno quindi deve arrogarsi il diritto di farlo.

  3. Angela

    Ho risposto a questa domanda pochi giorni fa, nel corso di un’intervista, dopo la pubblicazione del mio ultimo libro. Secondo me, andando al succo, nel corso della vita riponiamo le cose più significative in uno scrigno e quand’esso è pieno trabocca.

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